La lunga attesa

E siamo a undici giorni di attesa.

Venerdì scorso, quando ci effettuarono il tampone a tutti e tre, infilandoci il fatidico bastoncino chi in bocca chi nella narice (povero Leonardo, un gran brutto risveglio!) siamo tornati a casa sereni e sollevati, convinti del fatto che dopo gli annunciati tre-quattro giorni di attesa avremmo ricevuto il risultato. E invece da venerdì scorso, il nulla. Invano attaccarsi alla linea verde del servizio di turno medico: dopo ben quarantacinque minuti di attesa, cade puntualmente la linea. Un chiaro segnale di un sistema collassato.

I nostri stati d’animo si sono alternati per giorni tra nervosismo, inquietudine, rabbia e infine rassegnazione. E’ stata una continua altalena di emozioni, e supposizioni, domande aperte sul se e sul come; ogni qualvolta cercassi di concentrarmi su qualcosa perdevo la pazienza dopo pochi minuti. Il primo ad accorgersene è stato naturalmente mio figlio, costretto incoscientemente a subire una situazione che diverrà sempre piu’ pesante e con degli interlocutori a volte ben poco disposti ad assecondarlo, cioè noi. E pensare che siamo solo agli inizi, e ne avremo (almeno) fino al 19 di aprile.

Solo il confronto recente con una conoscente mi ha fatto cambiare di chip. Testata lei e la sua famiglia ad una settimana esatta dalla nostra, le sono state comunicate tre settimane di attesa, il cui risultato, se negativo, non necessariamente prevederà una risposta telefonica. Si naviga a vista insomma, sospesi in una situazione in cui ogni persona deve rendersi abile nel non farsi prendere la mano dalle emozioni.

Non vi nego quanto spesso mi domandi cosa si stia muovendo, dentro questo silenzio infernale. I toni della politica e della stampa sono “altri” da quelli dei vicini europei, molto spesso i titoli in prima pagina deviano la prima scintilla di attenzione su altri temi internazionali, quasi si volesse un po’ deviare il pensiero.

Alla giornata di oggi siamo a 64.943 infettati e 647 deceduti. Un rapporto straordinariamente “positivo” data la media degli altri paesi coinvolti, che da un lato tranquillizza ma dall’altro un po’ insospettisce.

A Monaco è ormai tutto chiuso da quasi una ventina di giorni, ma la gente non è pienamente consapevole della situazione. Dal balcone del nostro appartamento vedo passare meno persone, molte sole o raramente famiglie, pochissimi muniti di mascherina e guanti monouso. La gente convive e non convive con il virus, molti si dimenticano di alcuni protocolli di sicurezza e si bloccano solamente davanti alla solerzia di alcuni esercenti commerciali.

Tutto sembra un po’ do it yourself insomma, la difesa della propria salute è appesa ad un filo, quello della coscienza e della responsabilità civile di ognuno di noi.

Eppure sotto tanti aspetti i tedeschi non sono così distanti da noi: non essendo ancora obbligati ad chiudersi in casa inforcano la bicicletta, indossano le scarpe da jogging e affollano piste e strade come qualsiasi giornata pre-primaverile, per poi farsi ammonire dagli altoparlanti comunali nel ritornare a casa il prima possibile, “scivolando” insomma su comportamenti banali così come necessari per ogni essere umano.

Mi è recentemente e sempre piu’ spesso capitato di imbattermi in persone che si dimostrano un pò irritate se non scioccate da questo comportamento e si domandano da dove venga tanta “ingenuità”, “menefreghismo” o “incoscienza”.

Ecco, io tra questi tre termini userei piu’ opportunamente il terzo. Per aspetti pratici (lontananza, assenza di interessi economici) così come emotivi (scarsità se non assenza di familiari nei luoghi interessati) l’emergenza della situazione viene vissuta in maniera nettamente diversa.

Ad aggiungersi a questo sono anche le tempestive misure di salvaguardia all’economia tedesca adottate nelle ultime settimane, che nel giro di pochi giorni hanno potuto placare la crescente agitazione del mondo privato.

Perchè agitazione ce n’è e comunque, anche se espressa secondo toni diversi dai nostri.

Le imprese di costruzione mi chiamano con crescente agitazione per recuperare somme in fase di chiarimento, i budget per i prossimi progetti vengono revocati, i limiti delle somme di incarico vengono rilassate per permettere alle imprese di entrare in concorso piu’ facilmente.

Non ci si esprime, ma il nervosismo sembra essere lì, latente e in attesa di sommergere, come un coperchio sopra acqua in ebollizione.

E dall’altro lato un grosso tema, quello della sanità, gestito in questo momento da una pluralità di agenti a stretto contatto con il Robert Koch Institut, il famoso istituto di epidemiologia tedesco. Come accennavo nel mio articolo “Quello che sto imparando” credo che la sanità sia un bene che in uno stato europeo e democratico debba essere universale e ugualmente garantito a tutti.

In Germania però il concetto è un po’ “particolare”. Nel cercarne una adeguata spiegazione mi sono imbattuta in questo paragrafo del blog Germitalia, che trovo illuminante:

(…) Innanzitutto, è obbligatorio in Germania sottoscrivere un’assicurazione sanitaria, a prescindere dal reddito personale: a nessuno è concesso non avere alcuna copertura assicurativa sanitaria. Le persone che non lavorano rientrano gratuitamente nella copertura assicurativa del familiare di cui sono fiscalmente a carico o ne ricevono una insieme al sussidio di disoccupazione o alla pensione. Ma attenzione (altra grande differenza con l’Italia): il non residente disoccupato non ha diritto all’assistenza sanitaria se non se la finanzia autonomamente. Fattore, questo, che finisce per disincentivare l’immigrazione clandestina. Il sistema tedesco, anche sotto questo aspetto, si allontana da quello italiano tipico di uno “stato sociale”. Ovviamente, come negli altri paesi comunitari, la tessera sanitaria europea – se usata all’estero – copre solo le emergenze.


Da Germitalia.com, Italia e Germania: sistemi sanitari a confronto

Insomma, l’assistenza sanitaria è un tema che vede alcuni divari di persona in persona, e a volte purtroppo di reddito in reddito. E il suo buon funzionamento è sì di interesse nazionale, ma la gestione non sempre e in larga parte puramente pubblica. Potete immaginare quali conseguenze abbia questo fatto nella coordinazione di un intento di cura e prevenzione?

Io ne ho in testa alcune…ma per il momento le lascio cuocere a fuoco lento. Intanto accendiamo una candela, anzi tre, per i nostri risultati…chissà nel 2021 sapremo se siamo effettivamente stati positivi o negativi al fatidico tampone.